Tutto o nulla: la perfezione. Questo pensiero, la mia ossessione.

Indice articolo

Il pensiero tutto o nulla, ottenere la perfezione può diventare un’ossessione. Per questo ho deciso di soffermarmi su tale argomento. Di frequente, emerge nelle sedute questa particolare modalità di pensiero che affatica le donne, ma anche gli uomini, nella vita quotidiana fino a condizionarne, nei casi più gravi, i comportamenti e le relazioni.

Che cos’è il pensiero dicotomico tutto o nulla

Questo pensiero è chiamato dicotomico in quanto esprime la tendenza a vedere il mondo in bianco o nero, senza sfumature e compromessi, a dividere le cose in buone o cattive, quello che accade in giusto o sbagliato.

Tutto e niente: la perfezione nei disturbi alimentari, ma non solo

Guardano al cibo con questa chiave di lettura il rischio è di suddividere gli alimenti in buoni e cattivi, permessi o pericolosi. Nelle persone che hanno crisi bulimiche spesso è proprio questo pensiero tutto o nulla ad innescare l’abbuffata perché, convinte ormai di aver trasgredito alla dieta – spesso molto rigida e self made – che si erano imposte, ingerendo anche solo piccole quantità di cibo, sfondano gli argini e dilagano orientate dal “Siccome non sono riuscita a seguire perfettamente la dieta (tutto) allora la giornata di oggi è persa (nulla), ho rovinato tutto, e quindi adesso che ho sgarrato e fallito mangio di tutto”.

Tutto o nulla: la perfezioneQuesto movimento, questo pensiero dicotomico, che ben osserviamo nei disturbi alimentari, è ben visibile però anche nelle persone che si rivolgono ad uno psicologo psicoterapeuta per tutt’altra motivazione – da difficoltà di coppia, a criticità sul lavoro – e che pretendono molto (troppo) da se stesse e dagli altri, o che sono molto critiche con se stesse.

Esempi concreti: fissare gli obiettivi

“Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo” è una frase ricorrente perché fonte di grande frustrazione, nella maggior parte dei casi. Ma ci siamo mai soffermati a guardare bene a questo tutto? Siamo sicuri di aver inserito nella nostra agenda un quantitativo di attività realmente concludibili in una sola giornata? O forse è possibile che noi ci sia dati un obiettivo troppo alto? Oppure che, nel nostro programma, non si sia inserito uno spazio per l’imprevisto?
Il desiderio di perfezione ci porta a guardare al mondo in modalità tutto o nullaTutto o niente va a braccetto con un certo ideale di perfezione, a mio modo di vedere, e forse sta proprio qui il punto sul quale dovremmo soffermarci ed essere più magnanimi con noi stessi. In fondo, cosa succede se non facciamo tutto? Se il programma che mi sono prefissata per la giornata non lo porto a termine perfettamente qual è la causa? Indolenza, negligenza, pigrizia o imprevisti sopraggiunti?

Perché continuiamo a pensare in termini di tutto o nulla?

Avere solo due possibilità, due strade da percorrere può essere sentito come più rassicurante che averne davanti sei o sette in quanto la presenza di diverse possibilità conduce necessariamente il soggetto a mettersi maggiormente in discussione e ad interrogarsi di più, impiegando più tempo e avendo un maggior dispendio di energie. Tuttavia, l’altro lato della medaglia, è che più strade da percorrere sono maggiori possibilità di trovare quella a noi più confacente.

Scendere a patti con la perfezione

La società contemporanea richiede di essere perfetti, performanti, di ottenere tutto e subito, come darsi però il giusto tempo di fare le cose? Come rispettare la propria natura e non soccombere alla pressione?
Tutto o nulla è una modalità di pensiero che può affaticarti molto e condizionare la tua vitaSpesso ci soffermiamo in seduta a riflettere su questo tema e quel che chiedo alle persone che incontro è “Se non riesce a rendere perfetto il Suo progetto, potrebbe andare bene lo stesso provare a renderlo migliore?”. Questo non significa non puntare più ad un buon risultato, ma puntare ad un risultato raggiungibile, più adeguato e calibrato in base alle forse, alle energie del soggetto, alla sua condizione. È importante che sia il soggetto ad operare questo viraggio nell’approccio al suo progetto, rideterminando il suo obiettivo in modo da non scivolare in una dicotomia perfetto (tutto) o non parto neanche (nulla), ma concedendosi di puntare non ad un risultato irreale (la perfezione non è di questa terra, quindi è irraggiungibile e quindi ne deriva automaticamente la frustrazione per il mancato raggiungimento), ma ad un buon risultato conseguibile. Possibile poi che un risultato imperfetto sia anche meglio di un risultato perfetto?

Uno spunto di lavoro

Cosa ne diresti di provare a diventare “amica” delle tue imperfezioni che incontri sulla strada della vita per riuscire a fare di esse qualcosa di straordinario?

Torna in alto