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Hai studiato, lavori, hai raggiunto obiettivi importanti. Gli altri riconoscono le tue capacità e magari si affidano proprio a te quando c’è qualcosa di difficile da risolvere eppure …
E se in realtà non fossi davvero così capace?
… dentro di te continua a comparire un dubbio: “E se in realtà non fossi davvero così capace?”.
Un complimento può sembrarti esagerato. Un successo può essere attribuito alla fortuna, alle circostanze o al fatto di esserti impegnata moltissimo. Un errore, invece, rischia di diventare la prova che forse non sei davvero all’altezza.
Questa esperienza viene comunemente chiamata sindrome dell’impostore. Non è una diagnosi psicologica o psichiatrica: descrive piuttosto un modo ricorrente di vivere il proprio valore e i propri risultati, per cui ciò che ottieni sembra non riuscire mai a modificare fino in fondo ciò che pensi di te.
Che cos’è la sindrome dell’impostore?
Il fenomeno dell’impostore è stato descritto in ambito psicologico alla fine degli anni Settanta osservando persone molto realizzate che, nonostante risultati evidenti, faticavano a riconoscere come proprie le competenze che avevano permesso loro di raggiungerli.
Gli studi successivi hanno mostrato che questa esperienza può riguardare donne e uomini, in età e contesti professionali differenti. Il punto centrale è un apparente paradosso: le prove esterne dicono che sei competente, ma dentro di te continui a dubitarne.
È proprio questo scarto tra ciò che accade fuori e ciò che senti dentro a meritare attenzione.
Quali sono i segnali più frequenti?
Sminuire i propri risultati
Ricevi una promozione e pensi: “È capitato nel momento giusto”. Superi brillantemente un esame: “Le domande erano facili”. Qualcuno apprezza il tuo lavoro: “Se sapesse quante cose non so…”.
Il successo viene spiegato attraverso fattori esterni, mentre diventa difficile attribuirlo alle proprie capacità.
Temere di essere “scoperti”
Può comparire la sensazione che gli altri abbiano un’idea di te migliore della realtà. Da qui nasce una paura sottile: “Prima o poi si accorgeranno che non sono così competente come credono”. Anche quando non esistono segnali concreti che ciò stia per accadere.
Sentire che bisogna sempre dimostrare qualcosa
Un risultato positivo tranquillizza solo per poco. Presto arriva un nuovo obiettivo, poi un altro ancora. Si può finire per lavorare moltissimo non soltanto per interesse o ambizione, ma anche per tenere lontana quella sensazione di inadeguatezza che ritorna appena ci si ferma.
Quando questa esperienza diventa familiare, può essere utile approfondire anche il legame tra autostima e il non sentirsi mai abbastanza: non sempre ciò che sappiamo razionalmente di noi coincide con il modo in cui ci sentiamo.
Perché i risultati non bastano a sentirsi abbastanza?
Se il problema fosse semplicemente non avere “abbastanza successo”, raggiungere un nuovo traguardo dovrebbe risolverlo. E invece spesso accade l’esatto contrario.
Ottieni qualcosa che desideravi e, dopo una breve soddisfazione, il parametro cambia: “Sì, però avrei potuto fare meglio”. “Non è poi un risultato così importante come credevo”. “Vediamo se riuscirò anche la prossima volta o se oggi è stata fortuna”.
Il risultato viene rapidamente assorbito e perde la capacità di rassicurare. Questo suggerisce che il problema potrebbe non trovarsi soltanto in ciò che fai, ma nel metro attraverso cui giudichi te stessa.
Sindrome dell’impostore e perfezionismo: che relazione c’è?
Sindrome dell’impostore e perfezionismo non sono la stessa cosa, ma possono intrecciarsi.
Quando pensiamo di dover essere sempre preparati, impeccabili e capaci di anticipare ogni difficoltà, l’errore può diventare molto più di un semplice errore. Può sembrare una rivelazione, uno smascheramento: “Ecco, questa volta si vede davvero che non sono abbastanza brava”.
Per proteggersi da questa possibilità si può lavorare più degli altri, controllare ripetutamente, prepararsi oltre il necessario o evitare situazioni nelle quali non ci si sente perfettamente sicuri.
Il meccanismo si autoalimenta facilmente. La ricerca del perfezionismo può trasformare ogni risultato in qualcosa che “conta” solo perché è stato ottenuto attraverso uno sforzo enorme. In questo modo anche il successo non diventa mai una prova sufficiente del proprio valore.
Se vuoi approfondire questo intreccio, puoi leggere la pagina dello Studio di Psicoanalisi di Cernusco dedicata a perfezionismo e senso di inadeguatezza.
Quando si diventa troppo esigenti verso se stessi e il carico emotivo diventa troppo pesante
Avere obiettivi elevati non è necessariamente un problema. Essere ambiziosi, responsabili e desiderare di fare bene possono essere risorse importanti.
La questione cambia quando il proprio valore personale sembra dipendere continuamente dalla prestazione. Può diventare difficile riposare senza sentirsi in colpa, accettare un errore, chiedere aiuto o affrontare qualcosa che non sappiamo già fare bene o molto bene.
Le ricerche scientifiche hanno rilevato associazioni tra sentimenti di impostura, ansia, depressione, ridotta soddisfazione lavorativa e burnout. Questo non significa che chi sperimenta la sindrome dell’impostore presenti necessariamente questi problemi, ma indica che, quando il meccanismo diventa intenso e persistente, ovvero diventa troppo, il costo psicologico può essere importante e soffocante (anche fisicamente).
Quando alla paura di sbagliare si associano tensione costante, preoccupazione, insonnia o forte affaticamento, può essere utile considerare anche il tema di ansia e stress, perché il bisogno di essere sempre all’altezza può diventare una fonte continua di pressione.
Una domanda da portare con sé
Che cosa succede dentro di te quando qualcuno riconosce il tuo valore?
Riesci ad accogliere quel riconoscimento? Oppure senti subito il bisogno di ridimensionarlo, giustificarlo o pensare a ciò che avresti potuto fare meglio?
Osservare questo passaggio può essere più interessante che cercare semplicemente di convincersi di essere bravi.
Una lettura psicoanalitica: “abbastanza” per chi?
La prospettiva psicoanalitica permette di porre una domanda ulteriore sul tema.
Quando diciamo “Non sono abbastanza brava”, la frase sembra parlare soltanto di noi. Ma possiamo provare a completarla aggiungendo: “Non sono abbastanza brava… per chi?”
Per soddisfare quale aspettativa? Per corrispondere a quale ideale? Per evitare quale giudizio? … ma il giudizio di chi?
Nel corso della nostra storia costruiamo un modo personale di attribuire valore a ciò che siamo e facciamo. Le aspettative familiari, il modo in cui siamo stati riconosciuti, ciò che abbiamo imparato essere degno di apprezzamento e le esperienze successive possono contribuire a costruire il nostro particolare modo di misurarci e riconoscerci.
Per questo motivo dire semplicemente “devi avere più fiducia in te stessa” può non essere sufficiente e non porta da solo ad un risultato concreto. Razionalmente puoi già sapere di avere delle capacità. Il problema è che il saperlo non coincide necessariamente con il sentirlo, con il comprenderlo nel profondo, con l’accettarlo.
Il lavoro psicoterapeutico può allora spostare la questione: invece di cercare continuamente nuove prove del proprio valore, diventa possibile interrogare perché quelle prove non sembrano mai bastare.
In alcune persone questa severità verso se stesse si accompagna anche alla difficoltà di dire di no e porre confini: il timore di deludere o di non essere apprezzate può portare ad assumersi troppe responsabilità e a lasciare i propri bisogni in secondo piano.
Anche in assenza di un sintomo grave (come un attacco di panico), interrogare questi meccanismi può rientrare in un percorso di crescita personale orientato psicoanaliticamente.
Quando può essere utile parlarne con uno psicologo della sindrome dell’impostore?
Non è necessario avere una diagnosi né arrivare a stare molto male per consultare uno psicoterapeuta a Cernusco sul Naviglio. Può essere utile fermarsi quando questo modo di funzionare comincia a limitare la propria libertà e
- ogni risultato sembra insufficiente;
- un errore mette in discussione profondamente il proprio valore;
- il giudizio degli altri occupa troppo spazio;
- riposare genera senso di colpa;
- si evitano opportunità interessanti e sfidanti per paura di non essere all’altezza;
- il bisogno di dimostrare continuamente qualcosa produce ansia o stanchezza.
Una psicoterapia non serve semplicemente a sentirsi ripetere che si è abbastanza bravi. Può aiutare a comprendere perché essere abbastanza sia diventato un compito così difficile e quale rapporto abbiamo costruito con aspettative, successo, fallimento e riconoscimento.
Se ti stai chiedendo se questo sia un motivo sufficiente per iniziare un percorso, può esserti utile leggere queste riflessioni su quando può essere utile andare dallo psicologo.
Forse la domanda non è “valgo abbastanza?”
Quando ci si sente impostori, sembra naturale cercare altre conferme: un’altra qualifica, un altro risultato, un altro complimento, un’altra dimostrazione di competenza, e ancora e ancora.
Ma se le conferme ricevute fino ad ora non sono riuscite a modificare stabilmente il modo in cui ci percepiamo, potrebbe essere utile cambiare domanda?
E se passassimo da: “Come posso dimostrare di valere?” a “Perché ho tutto questo bisogno di dimostrarlo continuamente?”
È spesso da domande come questa che può iniziare un lavoro più profondo su di sé.
Se ti riconosci nella sindrome dell’impostore
Se, nonostante i risultati raggiunti, continui a sentirti inadeguata o temi di non essere davvero all’altezza, un percorso di psicoterapia psicoanalitica può offrirti uno spazio per comprendere più profondamente il rapporto con il perfezionismo, il giudizio, le aspettative e il tuo valore personale.




