Aspettative realistiche e irrealistiche dell’incontro con una psicologa psicoterapeuta

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La società contemporanea ci permette di soddisfare determinati nostri bisogni in tempi sempre più rapidi. L’offerta sul mercato è variopinta, sono aumentati gli acquisti online che ci consentono di fare ordini comodamente dal divano di casa o dall’ufficio con consegna in giornata, o in tre giorni dall’altra parte dell’oceano. Sui siti internet che offrono sconti possiamo trovare servizi di ogni genere, compresi quelli sanitari che ti portano il terapeuta fin dentro casa. Con il passare del tempo abbiamo iniziato ad aspettarci soddisfacimenti immediati, e con esiguo sforzo, in ogni campo, come attendersi di “guarire in tre sedute”.

Calibrare le aspettative sull'incontro con uno psicologo psicoterapeuta

Lo psicologo psicoterapeuta non è un mago e nulla può fare se non vi è desiderio del soggetto rispetto a quel percorso o se vi è il mandato “aggiusti mio figlio io non voglio essere coinvolto”.

Nella clinica moderna si nota, con sempre maggiore frequenza, la frustrazione di alcuni soggetti che si rivolgono ad uno psicologo psicoterapeuta con delle aspettative molto elevate, aspettandosi di “guarire in tre sedute”, ma, inevitabilmente, restano delusi dal momento che non ottengono questa “magia” e interrompono, sfiduciati, gli incontri con lo specialista.

Desiderare di risolvere quanto prima una questione che ci disturba, ci fa soffrire, ci angoscia, è naturale, tuttavia, per ottenere dei risultati stabili e duraturi, è importante avere pazienza e lavorare sodo, in prima persona, attorno al tema che ci fa star male, ad esempio analizzandolo da diverse angolazioni, cercando magari di interpretarne il senso, interrogandosi su eventuali benefici della condizione che ci attanaglia e così via.

Complessità del lavoro psicologico psicoterapico

Il lavoro psicologico con lo psicologo psicoterapeuta è complesso e articolato, non consiste nel dare consigli, compiti o prescrizioni, e, unitamente a ciò, è necessario tenere nella dovuta considerazione il fatto che, paradossalmente, è reso ancor più difficoltoso ed è ostacolato dal paziente stesso. Proviamo a considerare, per semplicità, tre punti:

  • un primo elemento importante sul quale soffermarsi è legato al fatto che il soggetto, generalmente, giunge dallo psicologo o dallo psicoterapeuta quando “non ce la fa proprio più” e non appena una determinata questione inizia a interrogarlo e ad infastidirlo. Ciascuno di noi, comprensibilmente, tenta in un primo momento di risolvere in autonomia i propri problemi e le proprie questioni, poi magari chiede consiglio agli amici, infine domanda aiuto ai familiari. Solo a questo punto quando si accorge di non riuscire a districarsi in ciò che accade, forse, si rivolge allo psicologo, ma, nel frattempo, sono passati mesi o, addirittura, anni e le difficoltà si sono, magari, ampliate e consolidate;
  • un secondo punto da tenere nella dovuta considerazione è che il sintomo – come afferma Jacques Lacan – può essere visto come un messaggio, il sintomo parla, e si configura quindi come qualcosa che può essere letto, interpretato e decifrato, qualcosa dotato di un senso, addirittura utilizzato quale soluzione che il singolo soggetto adotta per trattare qualcosa di intrattabile con altre modalità. A questo punto risulta più agevole comprendere come il sintomo possa essere un alleato prezioso e che sottrarre questa stampella al soggetto, senza prima averne costruita un’altra più funzionale, possa essere persino controproducente e ingenerare nel paziente un’angoscia più profonda;
  • un terzo e paradossale aspetto da considerare è che il sintomo, anche il più fastidioso e doloroso, porta con sé un “tornaconto secondario” – come afferma Sigmund Freud – e, infatti, la clinica mette in luce quotidianamente come se da un lato il soggetto si impegna per liberarsene, dall’altra ostacola e tende a sabotare lui stesso il lavoro al fine di mantenere il suddetto sintomo.

È necessario considerare che sono diversi, nella maggior parte dei casi, i fattori che concorrono ad appesantire una situazione e a far emergere un disagio che potremmo pensare come la punta di un iceberg che cela, sotto il pelo dell’acqua, molteplici sfaccettature di una complessa e articolata personalità.

È importante sottolineare che ogni individuo è un soggetto singolare e quindi, a maggior ragione, non è possibile prevedere il tempo che il singolo impiegherà a indagare la propria questione, le proprie dinamiche inconsce e arrivare a quella condizione di miglioramento e di benessere che segna, per lui, il passaggio dallo “star male” allo “star bene”.

Evidenziati questi brevi punti sorge spontaneo un interrogativo: com’è possibile attendersi che in poche sedute si venga a capo di questioni così importanti e sfaccettate? com’è possibile aspettarsi di “guarire” immediatamente?

Risultati, guarigione, miglioramenti: quali aspettative? Il ruolo attivo del paziente

Risultati anche in tempi brevi si possono ottenere, ma è fondamentale intendersi sul punto, sugli obiettivi, sui desideri, sulle aspettative, sul termine “guarigione” innanzitutto. È bene interrogare e mettere in parola cosa il soggetto intenda per “guarigione”. Sentirsi meglio può essere un obiettivo raggiungibile in tempi più brevi rispetto alla remissione di un sintomo che ha impiegato anni a costruirsi.

Non bisogna mai dimenticare che il lavoro psicologico non consiste in una delega totale al professionista, ma richiede una messa in gioco da parte del soggetto, richiede coraggio e umiltà, dal momento che è questi la prima e più importante risorsa.

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