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Immagine corporea: percezione che ciascun soggetto ha del proprio corpo e delle sue caratteristiche (forma, peso e proporzioni). È una componente importante della nostra autostima e della nostra identità. Se questa nostra percezione è negativa si può configurare come un fattore di rischio per l’insorgenza dei disturbi alimentari, influendo sulla nostra vita quotidiana in diverse modalità.
Immagine corporea e autostima e sguardo dell’Altro
Lo sguardo dell’Altro sul nostro corpo, nella società contemporanea, condiziona, molto più che in passato, la modalità che il soggetto ha di rapportarsi al proprio corpo e all’immagine corporea. Ad esempio possiamo notare come uno sguardo o un commento sul nostro taglio di capelli o le nostre forme possa modificare, in positivo o in negativo, il nostro umore.
Per alcune persone questa influenza è maggiore, per altre lo è meno, tuttavia è innegabile che viviamo in una società dove l’immagine ha una grande importanza, tanto da condizionare determinate opportunità di carriera professionale, e con essa il soggetto deve necessariamente misurarsi – anche quando sceglie di non farsi travolgere.
Corpo e immagine
Il corpo e l’immagine non sempre coincido ed è necessario che il soggetto compia un percorso personale di elaborazione perché giunga ad assumere felicemente il suo corpo e la sua immagine. Si tratta di un lavoro, non è un dato per scontato. Questa mancata scontatezza è più facilmente ravvisabile a partire dal mese di maggio quando iniziano i preparativi e il bombardamento mediatico attorno alla necessità – e obbligatorietà – di arrivare pronti – e omologati – alla “prova costume”. Alcuni soggetti ironizzeranno, altri si iscriveranno in palestra, inizieranno a correre tre volte a settimana, interpelleranno nutrizionisti e dietisti alla ricerca di una soluzione miracolosa, nel peggiore dei casi, invece, inizieranno a saltare alcuni pasti.
Benessere e peso corporeo
Il peso di un soggetto
non è, di per sé, indicativo del benessere della persona in quanto dietro ogni numero vi è una persona caratterizzata da una sua storia peculiare e il “peso giusto” non necessariamente coincide con il “peso normato” dal protocollo medico. Vi è sicuramente una preziosa indicazione fornita dalla medicina che indica quali siano i valori di peso, in base all’altezza, al sesso e all’età, più adeguati, ma, alla fine, è il peso che il soggetto si sente meglio addosso, quello che per lui è più facile mantenere costante nel tempo, quello che gli consente di sentirsi meglio che risulta essere il peso più adeguato per quel determinato soggetto. A tal proposito, già nei suoi studi Hilde Bruch (psichiatra nota per i suoi studi sull’obesità e sui disordini alimentari) evidenziava, riportando il caso di una sua paziente obesa quale esempio paradigmatico, che “per quanto se ne sappia, la paziente aveva vissuto una vita soddisfacente e nessuno può dire se, mantenendo il suo peso a livello inferiore, le sarebbero stati risparmiati i dolori articolari e una modesta ipertensione. Ma stando a dieta si sentiva turbata; invece, se manteneva il suo peso al livello ‘preferito’, sia pure elevato, si sentiva meglio ed era più attiva.” (Bruch, H. (1977). Patologia del comportamento alimentare. Obesità, anoressia mentale e personalità. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore, p. 152.), sottolineando quindi che il benessere soggettivo del paziente non sta nella normalizzazione del peso, ma nella soggettivazione del peso.
Immagine corporea e autostima e ansia
Lo scarto esistente fra l’immagine ideale e quella reale, ovvero fra come si dovrebbe o vorrebbe essere e come si è davvero o si pensa di essere, può sfociare in uno stato di ansia – anche di angoscia nei casi più gravi – che nel tempo intacca fortemente la nostra autostima e le nostre capacità relazionali. Questi effetti e le relative conseguenze sono amplificati laddove il soggetto, ad esempio un bambino o un adolescente, presenta già di suo uno stato di fragilità psicologica.
La costruzione dell'immagine corporea
Il rapporto che il soggetto intrattiene con la propria immagine corporea, infatti, va oltre il valore restituitogli dalla bilancia, e si costituisce dentro il soggetto sin dall’infanzia, sin da quel momento in cui – nota lo psicoanalista francese Jacques Lacan teorizzando la “fase dello specchio” – il bambino si guarda per la prima volta allo specchio e poi si volta a cercare nello sguardo dell’Altro genitoriale, della madre o del padre, un riscontro, un’approvazione, una legittimazione a quella immagine che ha incontrato. La risposta da parte dell’Altro segnerà la storia di quel bambino e del suo rapportarsi alla propria immagine che non è riassorbibile in un numero sulla bilancia, ma si configura come la rappresentazione di sé, la propria marca soggettiva che la persona porta in giro per il mondo e con la quale si presenta e si rapporta all’altro.




